mercoledì 11 dicembre 2019

Di me medesmo meco mi vergogno


Qualche anno fa ho tentato, goffamente, di liberarmi dai social. Non miravo a conquistare una libertà totale, ma solo una stentata libertà condizionata: togliere il mio profilo personale e mantenere quello di Sikelia. Non è stato possibile… qualche simpatico “personaggetto” ha segnalato, giustamente, che Sikelia non è una persona e quindi non può avere un profilo; ho provato a renderla mia figlia chiamandola“Sikelia Rondelli”, il simpatico “personaggetto” ha poi segnalato che Sikelia non può essere il nome di una persona reale. Alla fine mi sono visto costretto a dare il mio nome al profilo che fu di SikeliaNews, ammettendo miseramente il fallimento della mia strategia di fuga. Ho poi cercato di mantenere un certo distacco, sforzandomi di evitare di essere risucchiato di nuovo dalle Malebolge dei social, l'ho fatto non postando nulla di personale, non rispondendo alle provocazioni, ma neanche alle sollecitazioni più interessanti, ho però osservato…
Ho visto le persone cambiare. Ho visto i nuovi Benjamin Button, gente la cui vita social procede al contrario. Nascono vecchi, mettendo le loro foto più recenti, poi le cambiano, risalendo gli anni all’indietro,  infine entrano nel vortice di un giovanilismo drogato da un’overdose di Photoshop. Ringiovaniscono, dimagriscono, rifioriscono. Proprio come il personaggio del racconto di Francis S. Fitzgerald protagonista de “Il curioso caso di Benjamin Button” (Racconti dell'età del jazz).
Ho visto gemelli in negativo di Dorian Gray,  protesi a proteggere il loro alter ego social dalle ingiurie del tempo, non potendo proteggere sé stessi; ahimè il tempo passa e allora ci si accontenta di una effimera gioventù virtuale, ma il tempo non si inganna, scorre inesorabile. Al massimo si può ingannare qualche sprovveduto, uno dei tanti che non adotta il sano “principio di diffidenza”. A volte il principe nella foto nella realtà è un ranocchio e la farfalla una balena. Nessuno è profeta in patria, perché in patria ti conoscono, ma lo può essere sui social, forse per questo sguazziamo nelle amicizie (virtuali) e anneghiamo nella solitudine (reale).
 Il sano “principio di diffidenza” non sfiora tutte quelle persone che condividono, commentano e diffondono notizie soffermandosi solo sulla lettura del titolo.

Il dominio della scrittura sulla lettura
Spesso la notizia contenuta nell’articolo si ridimensiona di molto rispetto a roboante titolo:“Il Sindaco di Paperopoli questa volta è a casa, guardate cosa abbiamo scoperto!”. Il tutto correlato da formule acchiappa polli del tipo: …non volevamo crederci, siamo davvero senza parole, guardate cosa ha detto, …prima che lo censurino, nessuno diffonde questa notizia, e infine l’immancabile “condividete!”

Su internet, veicolate dai social, ciascuno si sceglie le proprie fonti d’informazione, serie o bislacche, si crea così un universo a misura dei propri pregiudizi, ossessioni, fobie, allucinazioni.
Ogni giorno si diffondono decine di nuovi motivi per indignarsi. Bauman osservava come (finita la fede in una salvezza dall’alto, dallo Stato, dalla rivoluzione)  hanno gioco facile i movimenti dell’indignazione, quelli che sanno cosa non vogliono ma non sanno cosa vogliono, che cambiano più volte idea in base ai sondaggi, quelli che a Roma vogliono una cosa, a Palermo non sanno cosa fare, ad Alcamo dicono di volerne un’altra, opposta a quella di Roma; quelli che non si fanno etichettare, come poteva avvenire con gli anarchici, i brigatisti, le cellule combattenti. Senza colore, né rossi né neri, sono oltre le vecchie bistrattate ideologie. Le ideologie già... la bussola per  molti di noi prima dell’avvento dei “partiti taxi”, dai quali si scende e sui quali si sale a piacimento, spesso cambiando più volte direzione.
In questo caos la scrittura prende il sopravvento sulla lettura. Si tratta però di un “testualismo debole”: tutti scriviamo ma in pochissimi leggono le nostre esternazioni. Alla ricerca disperata di consenso sui social si finisce per avere più hashtag che like, si finisce per mettere in piazza, danneggiandola,  la nostra vita privata.

Nuove ossessioni. Il selfie secondo voi ha migliorato le nostre vite? o ha costretto molti di noi a recitare una miserevole parte, fatta di ostentata finzione?
Siamo di fronte ad una delle invenzioni che definiscono il nostro tempo, a giudicare dallo spettacolo quotidiano intorno a noi, non ci ha resi più ricchi, più creativi, più sociali. Ha solo generato un’orgia di vanità che si traduce nell’ossessione compulsiva di fotografare noi stessi e inviare all’istante l’immagine a gente alla quale poco importa, che spesso ricopre il mittente di lodi e complimenti virtuali e di “lazzi e cachinni” reali!
 Leggevo l'altro giorno che di solito si inizia ad usare i social per tenersi in contatto con amici, parenti e conoscenti; poi cominciano a piacerci perché possiamo ficcare impunemente il naso nelle vite altrui, spesso generosamente spiattellate sullo stesso mezzo. Un giorno, improvvisamente, cominciamo a interessarci sempre meno degli altri, e sempre più di noi stessi, e allora finisce che passiamo intere ore ad abbellire, sarebbe meglio dire truccare, il nostro profilo, calibrando al millimetro le foto, i tag, i contatti, le menzioni, le altisonanti frasi, stregati da un narcisismo a buon prezzo che, in ultima analisi, ci sta rendendo una congrega di esibizionisti istupiditi.

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