sabato 30 gennaio 2021

Il siculish e il Canada della famiglia Mancuso (2)

 


         Il siculish dicevamo... sono contento che, dopo la pubblicazione della prima parte, molte persone si sono prodigate a suggerirmi parole, a raccontarmi storie, hanno sottolineato come il siculish ha un forte sapore identitario. Identifica loro, gli emigrati italiani nel continente americano, mi ha scritto uno di loro: <<Storu non appartiene né ai Canadesi, che dicono store (stor), né ai siciliani, che dicono putia. È una parola nostra, perché noi non saremo mai pienamente canadesi e non siamo più solamente siciliani>>. I nostri emigrati sono davvero acrobati linguistici in equilibrio su un filo teso tra due mondi, il siculish, in questo carattere ibrido del loro esprimersi vedono un pregio anziché un difetto. Per questo il siculish sarà parlato sempre, perché  fa comunità e veicola un paradossale senso identitario: fatto di un'identità doppia e unica allo stesso tempo.

         Ritorna a fare da perno a questo mio piccolo contributo la storia dei fratelli Mancuso in Canada, la loro voglia di inserirsi nella società canadese, senza però dimenticare le proprie origini. Racconta la signora Gina Mangione che i fratelli Mancuso, assieme ad altri emigrati, avevano fondato un club, che con orgoglio etnico e culturale allo stesso tempo si chiamava PIRANDELLO. Avevano affittato un immobile a St. Clair dove riunirsi e organizzare feste. Da queste feste viene fuori lo straordinario documento (lo commenterò alla prossima puntata) che trovate alla fine di questo pezzo.

         Una cosa è certa i fratelli Mancuso si impegnavano quotidianamente per affermarsi in Canada, lavoravano indefessi e facevano grandi sforzi per imparare l’inglese, anche perché era una delle condizioni che gli permetteva di rimanere in Canada, non perdevano però il senso dell’umorismo e quando la ticcia (teacher) della scuola serale per lavoratori, che frequentavano per imparare l'inglese, diceva: That's door, Cinuzzo rispondeva: Cazzi d'oro! Suscitando l’ilarità di tutti. Simpatico anche l’esame di inglese di Cinuzzu Mancuso per ottenere la cittadinanza canadese.

         Dopo una breve permanenza a  Toronto in Canada, Cinuzzo era stato convocato dal Consolato per ottenere la cittadinanza Canadese.     Ovviamente non si sentiva linguisticamente pronto per affrontare le domande in inglese, per questo manifestò le sue perplessità al nipote Enzo, che stava in Canada già da qualche anno.

         - ...e chi ci voli, abbasta ca ci cali a testa, e a ogni dumanna ci dici: yes yes.

Disse il nipote Enzo, che si era reso disponibile ad accompagnarlo.

         Sembra la premessa di una barzelletta ma non è così, zio e nipote la mattina del colloquio indossarono il vestito migliore; si rasarono, entrambi emettevano un gradevole odore di dopobarba italiano; pettinati ed ottimisti si presentarono al colloquio.

         Entrati nell’ufficio in cui Cinuzzo, se il colloquio fosse andato bene, avrebbe ottenuto la sua cittadinanza canadese, il nipote, Enzo,  fece le presentazioni, dicendo nome e cognome e precisando che si trattava di suo zio. L'ufficiale del consolato chiese se Cinuzzo parlasse inglese, condizione senza la quale non poteva ottenere la cittadinanza.

- Yes a little bit! (un poco sì), rispose Enzo. Mentre Cinuzzo annuiva e timidamente sorrideva.

Infine l’ufficiale si rivolse direttamente a Cinuzzo.

- Are you Italian? (sei italiano?).

- Yes, Yes.

Did you come to Canada to look for work? (sei venuto in Canada per cercare lavoro?).

- Yes, Yes.

Cinuzzo diresse timidamente gli occhi verso il nipote, che gli diede un segno di approvazione con gli occhi, mentre con voce sommessa gli sussurrava la traduzione delle domande dell’ufficiale. Stava andando benissimo! Ma a quel punto l’ufficiale del Consolato rimprovera Enzo:

-Please, you don’t have to translate anything! Your uncle understands everything I’m asking him! (Per favore, non devi tradurre nulla! Tuo zio capisce tutto quello che gli sto chiedendo!).

Quindi Enzo dovette tacere…

- Are you willing to work night shifts? (Sei disposto a fare i turni di notte?).

- Yes, Yes.

- Have you ever had mental disorders?

- Yes, Yes!

- No, No! – Intervenne il nipote, mentre Cinuzzo lo guardava sbalordito.

- Ti addumanna si sì pazzu!

- No, no. – cominciò ad urlare Cinuzzo.

L’ufficiale  fece un sorriso, anche se non conosceva l’inglese, avrebbe concesso la cittadinanza a questo bravo signore italiano.

Per imparare l’inglese c’era tempo, c’era il siculish e c'era...





giovedì 28 gennaio 2021

La dieta di Rondelli: B come...


 

B come... Biscotti penserà qualcuno, qualche altro biologico... io penso Barattolo, sapete quei simpatici contenitori di vetro con il coperchio di latta? Bene, non ci crederete ma possono contenere di tutto, dal tonno al carciofino, dal fungo al pomodoro secco, dalla frutta sciroppata ai babà sotto-spirito, dalle alici sott’olio ai sughi pronti... non è che mi facciano così tanta simpatia, in realtà sono sempre unti, sporcano la superficie dove li appoggi e le mani, allora? E i rimproveri di mia moglie perché ho sporcato la tovaglia? Bene prima ne vuoto il contenuto, mangiandolo, poi elimino l’olio, magari facendo la “scarpetta” con il pane, dopo do un po’ di detersivo e li lavo... MISSIONE COMPIUTA, ora il barattolo, non è più un pericolo, è pulito e non sporca più! Non si tratta di fame... si tratta d’igiene, che avete capito?

Lettera A

Lettera B

Lettera C

Lettera D

Lettera E

Lettera F

martedì 26 gennaio 2021

Olocausto e Shoah - le parole sono importanti

 

Per definire il genocidio degli ebrei vengono utilizzati due termini: Olocausto e Shoah.

Il primo, utilizzato prevalentemente per il quarantennio successivo alla seconda guerra mondiale (1939-1945), vede la sua etimologia nel greco antico (olos tutto e causton brucia). Esso ricorda un tipo di sacrificio diffuso tra diversi popoli dell’antichità (tra cui greci, romani ed ebrei) che prevedeva che l’animale venisse completamente bruciato senza che la comunità potesse consumarne una parte.

Il termine Olocausto, scelto per l’immediato richiamo all’incenerimento dei corpi nei forni crematori, porta però con sé l’idea di sacrificio e di offerta alla divinità e restituisce un messaggio fuorviante e potenzialmente offensivo nei confronti delle vittime.

La maggior parte degli studiosi, quindi, considera più appropriato la parola Shoah, derivante dalla lingua ebraica e utilizzata nella Bibbia con il significato di catastrofe, disastro e distruzione. Il termine era già stato adottato nel 1951 in Israele con l’istituzione della giornata nazionale dedicata alla commemorazione dello sterminio (yom ha-shoah). In Europa, invece, è entrato a far parte del linguaggio pubblico, sostituendo appunto la traduzione dall’inglese di Holocaust, nella metà degli anni ‘80 grazie allo straordinario successo dell’omonimo film di Claude Lanzmann.

Oggi, appunto, Shoah definisce il progetto di sterminio nazista e viene utilizzato dagli storici con due accezioni.

La prima è strettamente riferita alla “Soluzione finale della questione ebraica” - espressione coniata dal nazismo per indicare il piano di eliminazione sistematica degli ebrei che vivevano su suolo tedesco o occupato dalla Germania - teorizzata per la prima volta nel 1941, discussa durante la conferenza di Wannsee nel 1942 e portata avanti fino al termine della seconda guerra mondiale nel 1945

La seconda accezione, invece, oltre allo sterminio, include anche la legislazione antiebraica, applicata in Germania nel 1935 con le leggi di Norimberga e in Italia nel 1938 con le leggi razziali.

[...]

La Shoah si inserisce all’interno di una storia di antisemitismo di lungo corso, basata su pregiudizi e ostilità millenarie che si sono tramandati nel corso del tempo. Un terreno antico e già fertile, quindi, a cui il nazismo ha aggiunto una sua impostazione biologico-razzista. Secondo le leggi di Norimberga, infatti, venivano considerati ebrei o di sangue misto tutti coloro che avevano almeno un nonno ebreo, indipendentemente dal fatto che si considerassero ebrei o che si fossero convertiti ad altre religioni.

Seguendo questa impostazione, i nazisti si proposero la distruzione totale e indiscriminata di ogni cittadino classificato di razza ebraica, considerando gli ebrei un pericolo per la sicurezza nazionale e la purezza della razza ariana.

Non bisogna dimenticare che nell’obiettivo di una totale purificazione razziale rientrava - secondo l’ideologia nazista - anche l’eliminazione di Rom, Sinti, omosessuali, testimoni di Geova che furono infatti deportati nei campi di concentramento e sterminio.

Fonte: /www.scuolaememoria.it/site/it


domenica 24 gennaio 2021

NICOLÒ CANNELLA, PICCOLO CONTRIBUTO ALLA MEMORIA

 


Nella notte fra il 14 e il 15 gennaio 1968 un violento terremoto (magnitudo 6,4 della scala Richter) sconvolse una vasta area della Sicilia Occidentale compresa fra le province di Agrigento, Trapani e Palermo. La zona più colpita fu la Valle del Belice.

Quattro paesi rimasero completamente distrutti: Gibellina, Poggioreale, Salaparuta, Montevago. Le vittime furono 370, un migliaio i feriti e circa 70mila i senzatetto. Gli altri centri che subirono danni ingenti furono Menfi, Partanna, Camporeale, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Sambuca di Sicilia, Sciacca, Santa Ninfa, Salemi, Vita, Calatafimi, Santa Margherita di Belice, Menfi.



La terra tremò in piena notte, provocando il panico nella popolazione e rendendo estremamente complessi i soccorsi. I primi ad accorrere furono i carabinieri della zona. «Nel caos generale», raccontò la rivista dell’Arma “Il Carabiniere”, «ufficiali, sottufficiali e carabinieri, nella buia e gelida notte, muovendo tra il nevischio, il fango e le macerie, misero con slancio ed altruismo le loro impari forze al servizio dei tanti, dei troppi, che chiedevano aiuto e protezione, prodigandosi per tutti tranne che per le loro famiglie, egualmente sinistrate, e per le loro caserme, pure crollate.

Nel quadro di una situazione senza precedenti, tutti i carabinieri della Legione di Palermo, dal colonnello comandante al più giovane carabiniere, (che forse era proprio il nostro Nicolò NDA), rimasero, in quelle prime lunghe terribili ore, a sostenere le popolazioni colpite, a recuperare i bambini abbandonati, a soccorrere i feriti». Nelle settimane successive l’impegno dell’Arma dei Carabinieri fu costante e massiccio, con l’impiego di quasi 2.500 uomini, 6 elicotteri, 24 mezzi speciali (ambulanze, autobotti, autogru e autoradio), 90 autocarri, quasi 200 autovetture. L’Arma mise a disposizione dei sinistrati tende, cucine da campo, materiale sanitario, materassini pneumatici, coperte da campo e molti uomini.



Il destino era in agguato, la situazione pericolosa, purtroppo una serie di nuove scosse mieté vittime anche tra i generosi soccorritori. Fra queste ci fu anche  Nicolò Cannella, morto a Gibellina insieme a quattro vigili del fuoco mentre si prodigava nell’opera di recupero di chi era rimasto sepolto sotto le macerie.

Nicolò era rientrato a Palermo dopo 10 giorni consecutivi passati ad aiutare la popolazione colpita dal terremoto, non resistette a lungo e fu lui stesso a chiedere di ritornare a Gibellina, dopo poche ore raggiunse quelli che gli sarebbero stati compagni nella tragedia. Sapeva quello che aveva lasciato: gente sconvolta, bambini che non riuscivano più a trovare i loro genitori e che forse non li avrebbero ritrovati mai più, feriti e uomini imprigionati sotto le macerie. Sapeva che era una corsa contro il tempo e non si fece piegare né dalla stanchezza e né dallo scoramento. Il senso del dovere e l’umana pietà erano voci che urlavano dentro la sua nobile coscienza e gli davano una forza che superava le capacità umane. Voleva raggiungere i suoi compagni di sacrificio: Alessio Mauceri, 53 anni, originario di Ispica, nel ragusano, era un brigadiere dei vigili del fuoco di Palermo che si era già distinto durante i soccorsi internazionali avviati dopo il sisma che qualche anno prima aveva colpito la Grecia; Giovanni Nuccio, 20 anni, era un vigile del comando dei vigili del fuoco di Palermo; Savio Semprini, 30 anni, vigile temporaneo del comando provinciale di Modena; Giuliano Cartuan, 20 anni, vigile del fuoco in servizio di leva presso le scuole centrali antincendio di Roma-Capannelle.


Il 25 gennaio 1968, alle 10,57 una scossa tellurica dell’ottavo grado della scala Mercalli, li sorprese tutti assieme mentre, così come facevano da ben 11 giorni di fila, fra le vie pericolanti di Gibellina erano impegnati a mettere in sicurezza persone e cose. Morirono travolti dalle macerie.

Donare la vita è il massimo del sacrificio che una persona possa fare, Nicolò Cannella e i suoi quattro compagni di martirio lo hanno fatto e tutti noi non lo dimenticheremo mai.

Nicolò è stato insignito della Medaglia d’Oro al Valor Civile con la seguente motivazione: “In occasione di disastroso movimento sismico, che aveva provocato numerosissime vittime, oltre ad ingenti danni, si prodigava per più giorni, con coraggio ed abnegazione non comuni, in estenuanti e rischiose operazioni di soccorso in favore di popolazioni colpite. Sorpreso da nuova violenta scossa tellurica, noncurante del grave pericolo incombente, continuava la propria azione incitando a viva voce gli altri soccorritori con lui operanti a porsi al riparo, finchè, travolto dalle macerie di ruderi circostanti, faceva olocausto della vita. Esempio mirabile di altissimo senso del dovere e di elette virtù civiche. Gibellina (TP), 25 gennaio 1968.

Alla sua memoria è intitolata, dal 3 maggio 2005, la Caserma sede del Comando Stazione Carabinieri di Casteltermini

Il Cav. Uff. Vincenzo Firrera (Casteltermini 15 agosto 1938 – Roma 1 marzo 1995), persona stimata, umile, riservata nel 1969 propose al Sindaco di Roma di intitolare di una strada della Capitale all’eroico carabiniere castelterminese Nicolò Cannella, caduto nella catastrofe di Gibellina, sepolto dalle macerie mentre era intento a salvare vittime superstiti del terremoto, proposta accolta e concretata nel 1970 con la nascita nel nuovo quartiere Spinaceto, in cui è stata posta la targa “Largo Nicolò Cannella”, con notizia ampiamente diffusa dalla stampa romana.



Da qualche anno a questa parte, pandemie permettendo, il sodalizio sportivo ASD Airone di Casteltermini organizza il Trofeo podistico memorial Nicolò Cannella, un modo per conservare la memoria dell’atto eroico e dell’estremo sacrificio nostro concittadino e per farlo conoscere alle future generazioni.



sabato 23 gennaio 2021

...ma che lingua parli? Il siculish! (1)


Leggendo l’amaro, ma allo stesso tempo esilarante, racconto di Leonardo Sciascia “La zia d’America” ci si imbatte in un curioso slang, parlato proprio dalla zia e dai familiari di lei. Un impasto linguistico tra l’inglese, quello un po' corrotto degli americani, e il siciliano dei nostri emigrati. Ne ho parlato subito con la mia collega di inglese Linda Mancuso e con Michele Segretario, etnologo che svolge attività di ricerca a UC Berkeley negli Stati Uniti.. Entrambi mi hanno fornito materiale curioso ed interessante, ma andiamo con ordine...

Siculish – ovvero l'adattamento al siciliano di parole ed espressioni a opera degli immigrati siciliani in America. Si tratta quindi di una lingua adattativa e trasformativa, spinta dalla necessità di comunicare ad ogni costo. Scrive Eleonora Lombardo: «Cu avi lingua passa lu mari», dice la saggezza popolare e il siculish è la risposta creativa dei siciliani d'America che, tra l'esiliarsi nella loro lingua o consegnare una resa totale all'inglese, hanno scelto di inventare un ibrido, uno slang comico e goffo che ha consentito di passare non solo il mare, ma addirittura l'oceano.

In realtà si tratta di una necessità, i primi emigrati in America non parlavano neanche l’italiano, come afferma Nancy Carnevale nel suo A new Language, a new world[1]-, di conseguenza si sono trovati isolati non solo dagli americani, ma anche dai loro stessi connazionali. È nata così la necessità di  sviluppare un proprio idioma, un dialetto italo-americano, che ha permesso loro di comunicare sia con gli americani sia con gli altri italiani, formando ed esprimendo una nuova identità. Abbiamo detto comunicare e non parlare, che presuppone attenzione alla pronuncia, all'intonazione, all'impronta stilistica o ambientale, comunicare lo stretto necessario per sopravvivere.

Alimentazione, ambiente domestico e lavorativo sono quindi le tre aree tematiche maggiormente contaminate di siculish. Il ritorno degli emigrati in Sicilia ha permesso una seconda contaminazione: alcune parole siculish entrano a far parte a pieno titolo del dialetto di alcuni paesi; per esempio sichinenza, penuria, dall’inglese seconds-hands, seconda mano; presupponendosi forse che chiunque acquisti oggetti di seconda mano non può permetterseli nuovi. In aggiunta ai ritorni,  molte parole, Sciascia lo mette magnificamente in evidenza, entrano in Sicilia attraverso gli intensi scambi epistolari. Poco a poco termini come lofio, da loafer: lazzarone, cominciano a fare parte integrante del nostro dialetto.

Da dove viene fuori questa capacità di adattamento e trasformazione? È possibile che le varie lingue dei dominatori che hanno popolato il territorio siciliano, stratificandosi, abbiano determinato la capacità di rimodellamento, a volte di vera e propria storpiatura, delle parole provenienti dalle  lingue degli stessi dominatori. Pensiamo a parole come abbuccàri (capovolgere o versare) viene dal catalano e spagnolo avocar; taliata (modo di guardare) dal catalano taliar-taiare (guardare da luogo alto); gileccu dalla parola turca yelek giubbone di panno con maniche a tre quarti, usato dagli schiavi sulle galere; catusu dall’arabo qadus, gronda di scolo; Accattari dal francese acheter, comprare. Insomma il popolo siciliano, nel corso dei secoli, ha sempre trovato un sistema di alterazione delle parole che le rende familiari, conformandole al suono della lingua siciliana, aggiungendo e creando senso. Il siculish potrebbe essere figlio di questa capacità di adattamento linguistico sviluppata nei secoli, del sabir ho già detto in un precedente contributo, oppure potrebbe essere una forma di resistenza dal basso: «Non ci arrendiamo alla vostra lingua! Ci prendiamo le parole e le ammantiamo dei nostri suoni!».  Troppo romantico? Forse...

Il Castelterminish di Fofina e Cinuzzu- La professoressa Linda Mancuso mi ha fornito un elenco di parole siculish, che potete leggere di seguito, utilizzate dai suoi nonni: Raffaela Vaccaro (conosciuta come ZZa Fofina Mancuso) e Vincenzo Mancuso (zzi Cinuzzu Mancuso) - Emigrati in Canada negli anni ’60. Oltre alle parole mi ha raccontato di un simpatico episodio, che leggerete nella seconda puntata di questo mio contributo, accaduto a suo nonno.

Pùscia                Push                              Premi

Trocchetto        Truck                             furgoncino

Cicchinisùp       Chicken soup                brodo di pollo

Doghetto            Dog (Little dog)           cagnolino

Màscina             Washing  Machine       lavatrice

U storu               the store                       negozio di generi alimentari

 chek                   cake                             torta

zzocchè               it’s ok                          va bene

spirìpis               spare ribes                   costolette di maiale

u friggi               freezer                         congelatore

frinci fràis         French fries                 patatine fritte

caciàpp              ketchup                       salsa di pomodoro

scechinbechi    shake in bag               preparazione di fusi di pollo 

                                                        (si agitano in un sacchetto con aromi e pan grattato)

gingirella        ginger ale                     gazzosa

beca                bag                               busta/sacchetto per la spesa

màrcatu         market                          ingrosso di frutta

Leggi la seconda puntata: Il siculish e il Canada della famiglia Mancuso (2)



[1] Carnevale, Nancy C. A New Language, A New World: Italian Immigrants in the United States, 1890-1945. University of Illinois Press, 2009. Project MUSE. muse.jhu.edu/book/18497

giovedì 21 gennaio 2021

La dieta di Rondelli: A come...

 


La dieta secondo Rondelli (L’alfabeto)

È innegabile qualche chilo l’ho preso, qualcosa è sfuggita al mio controllo... come dite? La forchetta? vero ma anche il cucchiaio, qualche piatto, i panini, la birra... sì sì la pizza, il Sirah, Mc Donald, Burger King, Totò Cipolla, Mordi e Fuggi Zio Ciccio, che mondo sarebbe senza di loro? Allora ho deciso di mettere nero su bianco l’alfabeto della mia dieta, tutte quelle parole che poco alla volta diventano ossessione, reiterate, ripetute, odiate e meditate. Tutto quello che mi dico e che mi dicono, le “parole sante”... In questo giorno infaustovoglio iniziare questa riflessione…

A come... Alimentazione? Beh sarebbe logico. Alimento anche... ma nella mia testa la prima parola che mi viene in testa è ANCORA? Che quasi sobbalzo. La scena è questa: siamo a tavola tutti hanno completato il pasto, io indugio sull’ultimo pezzetto di pane. Il pane da solo? No, gli affianco l’ultima fettina di salame. Ma ne è rimasta un’altra fetta nel piatto. Il salame solo senza il pane pare brutto... mi procuro un altro pezzetto di pane. Però cosi rimane un ulteriore pezzetto di pane superstite... il salame è finito ma dall’altro lato si illumina un pezzetto di parmigiano, non ci arrivo mi devo alzare... è a questo punto che mia moglie mi urla: ANCORA? Rinuncio all’ultimo pezzetto di parmigiano e trangugio al volo il “panuzzo” che sono riuscito ad abbrancare... e penso ad una famosa canzone di Edoardo De Crescenzo: Ancora... ancora…

Aspetto che tutti se ne vadano e ritorno come un falco sul parmigiano! 
Ancora?
Mia moglie aveva capito tutto...

mercoledì 20 gennaio 2021

Decadenza e caos...

“L’attuale caos politico è legato alla decadenza del linguaggio” - così George Orwell nel 1946 (in “La politica e la lingua inglese”, ed. it. Garzanti 2021, p. 65). Testo originale: “The present politically chaos is connected with the decay of language”. Io concordo.

Mentre facevo il mio solito giro mattutino su twitter mi sono imbattuto in questo twit del teologo Vito Mancuso che, riprendendo George Orwell, mette in connessione il caos politico che stiamo attraversando con la decadenza del linguaggio.

Avevamo parlato, in un precedente contributo, dellinversione dell’Effetto Flynn, sostenente che il livello d’intelligenza misurato dai test diminuisca nei Paesi più sviluppati. Molte possono essere le cause di questo fenomeno. Una di queste potrebbe essere proprio l'impoverimento del linguaggio.

Decadenza e impoverimento del linguaggio, decadenza e contrazione dell'immaginario, decadenza e... Treccani come sempre!

decadènza s. f. [der. di decadere, sull’esempio del fr. décadence]. – 1. Il decadere; progressiva diminuzione di prosperità, floridezza, forza, autorità e sim., in una persona (soprattutto con riguardo al valore artistico o alle facoltà creative), in un popolo, in un’istituzione, in una civiltà, ecc.: ddi uno scrittoredi un artistadi un cantantela ddella civiltà grecala ddegli studîdella scuolaun paese in d.; l’agricoltural’industriail commercio era in d.; usanzetradizioni che vanno in decadenzaperiodo della d., nella divisione scolastica della letteratura latina, quello compreso all’incirca fra il 3° e il 4° sec. d. C. (anche assol.: gli scrittorila poesia della decadenza). 2. Nel passato, perdita della nobiltà per il mancato pagamento delle imposte specificate nelle lettere patenti di concessione, di confermazione o di riabilitazione. 

La decadenza è quindi in strettissima connessione con l'impoverimento del linguaggio. Come combattere questa decadenza?

Con i libri! I libri offrono numerosi spunti per stimolare l’apprendimento del sotto tanti punti di vista

La lettura di un libro favorisce e stimola l’ascolto e l’attenzione, pre-requisito fondamentale per ogni tipo di attività legata al sapere.

La lettura di storie stimola la curiosità, la fantasia, la capacità di immaginazione e di astrazione.

La lettura e la narrazione favoriscono la comprensione verbale e permettono di apprendere di allargare il proprio lessico in modo naturale.

Se ci fu un periodo che non può essere definito decadente quello fu l'Illuminismo e il  simbolo della filosofia illuministica fu un libro - se così si può dire - più libro di tutti gli altri: l’Enciclopedia, o Dizionario ragionato delle scienze, della arti e dei mestieri, pubblicato dal 1751 al 1772 sotto la direzione di Denis Diderot e Jean-Batiste Le Rond d’Alamert. 

...e allora se libro deve essere vi consiglio di leggere questo:


Socrate, l’educatore. Buddha, il medico. Confucio, il politico. Gesù, il profeta. Risalendo alle antiche tradizioni spirituali e filosofiche dell’umanità, Vito Mancuso individua nel pensiero di queste quattro figure gli insegnamenti ancora validi e preziosi per noi, uomini e donne di oggi.

«I quattro maestri nel loro insieme prefigurano un itinerario. La meta è il maestro più importante: il maestro interiore, il quinto maestro».

Socrate, l’educatore. Buddha, il medico. Confucio, il politico. Gesù, il profeta. Risalendo alle antiche tradizioni spirituali e filosofiche dell’umanità, Vito Mancuso individua nel pensiero di queste quattro figure gli insegnamenti ancora validi e preziosi per noi, uomini e donne di oggi. La loro parola diventa così una guida decisiva per percorrere con maggiore consapevolezza gli impervi sentieri della nostra esistenza, convivere con il caos che ogni giorno sperimentiamo, e tracciare una strada nuova verso l’autentica pace interiore. Perché interrogando questi quattro grandi con sapienza e curiosità, e avvicinando a noi il loro profondo messaggio, saremo in grado di risvegliare il maestro da cui non possiamo prescindere: la nostra coscienza, il quinto maestro. Per diventare così consapevoli che la forza per definire le nostre vite è dentro di noi, e che possiamo essere noi stessi i creatori della nostra felicità. 

lunedì 18 gennaio 2021

Casteltermini: aveva ragione Pirandello

 


La controversa origine dei “Fasci” a Casteltermini

Il 5 luglio 2012 avevo pubblicato un breve saggio dal titolo “Pirandello, Casteltermini e la terra che si muove e pensa”, in quella occasione si sviluppò un bel dibattito con una serie di preziosi interventi di Piero Lo Re, Carmelo Sardo, Carmelo Sciarrabone ed altri,  ma uno in particolare ha suscitato in me grande curiosità, diceva: ‘Con questa occasione vorrei ricordare che molti anni fa il Dott. Francesco Maratta, recentemente scomparso e mai adeguatamente ricordato, pubblicò un saggio dal titolo “Casteltermini, sei mesi sotto i fasci” nel quale parla proprio di quell’ importante fenomeno storico-sociale che caratterizzò Casteltermini e la Sicilia di quel tempo. Caro Michele, lì troverai la risposta alle domande che ti hanno suscitato le citazioni di Pirandello’. Era di Pietro Amorelli, bene, ho seguito il suo consiglio e, dopo una serie di peripezie degne di Orione, sono riuscito a procurarmi il prezioso volumetto.

All’interno, aveva ragione Pietro Amorelli, si trovano le risposte alle domande che mi ponevo, ma anche una nuova serie di dubbi.

Una strana storia – Il primo elemento certo è la data della costituzione del Fascio dei Lavoratori di Casteltermini, il 4 giugno 1893,  il numero degli <<affiliati>>, secondo Maratta, era di tremila circa. nello stesso lavoro possiamo trovare il curioso rapporto, fatto in quella occasione, del delegato di P.S. di Casteltermini al Sottoprefetto di Bivona. Eccone  un ampio stralcio:

<<L’origine della ideata formazione del fascio operaio trae da un fatto di sua natura in perfetta contraddizione coi fine che si propone la suindicata istituzione ed è il seguente: Nell’ultima domenica di ciascun mese di maggio e per tre giorni consecutivi, ha luogo in questa comune la cosidetta festa di Santa Croce a solennizzare la quale indipendentemente dalla salmodiazione del clero si adoperano tali atti buffoneschi dai laici da rendere ridicola la serietà delle funzioni religiose. Infatti prendendo a pretesto di essere stata rubata alcuni secoli indietro dai Saraceni una croce in campagna, a circa due chilometri da questo abitato, e rivendicata mercé un combattimento ingaggiato dal ceto della cosidetta maestranza, si ha la parodia di tale avvenimento con una clamorosa processione a cavallo di quasi tutti i ceti, che vestono strani indumenti, simulando un combattimento, e quello dei maestri destinato a portare la croce in processione tiene a capo tre individui sorteggiati in ogni anno l’uno dei quali rappresenta un capitano, l’altro l’alfiere ed il terzo un sergente che guidano gli operai i quali a loro volta rappresentano i militi che rivendicano la croce.>>

<<Avviene spesse fiate, come nell’anno in corso, che la scelta dei tre protagonisti non sia molto felice e quindi un certo malumore, che si suscita nel resto dei maestri per effetto del quale ad un certo punto quest’anno restarono a trasportare la croce soltanto il clero e i tre comandanti senza la truppa che si sbando rimanendo fortemente adirati i malcapitati armigeri(sic). L’agitazione degli stessi fu al colmo, riunitisi colla numerosa classe dei solfatai decretarono ipso facto che nell’anno seguente il trasporto della disgraziata croce sarebbe stato fatto dal numeroso ceto dei solfatai od in altri termini i tre comandanti sarebbero stati scelti e lo furono prontamente in persona di tre capimastri solfatai. Era intenzione del nuovo sodalizio di prendere parte in forma ufficiale alle processioni del Corpus Domini, principianti il 1° corrente mese, con un nuovo vessillo religioso che rappresentasse una nuova confraternita della croce, al cui operato il ceto dei maestri si oppose, come oppose il suo veto l’arciprete di questa Diocesi (sic). M’interposi con questo signor sindaco onde far cessare le ire accentuantesi, ed impedire un possibile disordine visto che poco prudente sarebbe stato un divieto di dette funzioni e mentre ne informai la S.V.Ill.ma a cui chiesi ed ottenni un temporaneo rinforzo di Carabinieri, mi adoperai perché la calma non venisse, come non fu, turbata>>;

Il delegato Leonardi – Secondo il Delegato di Pubblica Sicurezza Leonardi, la nascita del più grande Fascio dei Lavoratori dell’Agrigentino, del Fascio cioè descritto da Pirandello nel suo “I Vecchi e i Giovani”, non era da mettere in relazione, come avveniva per gli altri Fasci in tutta la Sicilia, con le terribili condizioni in cui versavano gli zolfatai e i contadini, ma era la conseguenza di una banale lite, una delle frequentissime liti che purtroppo anche ai giorni d’oggi si verificano, legata all’organizzazione della Festa di Santa Croce? Che la Festa sia al centro di “Tutto” nel nostro paese, su questo nessuno può avanzare dubbi, così come nessuno può avanzare dubbi che la descrizione della nostra più famosa Festa fatta dal Delegato ha una funzione volutamente dispregiativa, disprezzo che altresì coinvolge il Fascio di Casteltermini, al quale viene tolta la dignità di giusta lotta dei lavoratori per essere declassata a banale lite tra gruppi di persone legate all’organizzazione di una festa. Il risultato però non cambia, Pirandello non aveva esagerato quando aveva dato le proporzioni numeriche del Fascio dei Lavoratori di Casteltermini: <<Paese di carogne! Va’ad Aragona, a due passi da Girgenti; va’ a Favara, a Grotte, a Casteltermini, a Campobello… Paesi di contadini e solfaraj, poveri analfabeti. Quattromila, soltanto a Casteltermini! Ci sono stato la settimana scorsa; ho assistito all’inaugurazione del Fascio>>. […] <<bisognava vederli… Tutti pronti e serii… quattromila… compatti… parevano la terra stessa, la terra viva, capisci? Che si muove e pensa… ottomila occhi che sanno e che ti guardano… ottomila braccia…>>.

Trovata questa risposta, cerchiamo di capire meglio l’atteggiamento del Delegato Leonardi.

L’agire del Delegato Leonardi farebbe pensare ad una volontaria quanto fittizia sottovalutazione del fenomeno “Fascio dei lavoratori” a Casteltermini, come se temesse le ire dei suoi superiori, e in effetti si legge ancora in “Sei mesi sotto i Fasci”, in occasione di una manifestazione con la quale gli organizzatori vollero dimostrare la loro forza e alla quale Leonardi, per evitare guai peggiori, dovette dare l’autorizzazione, al Delegato, che era stato costretto a concederla, arrivarono le dure rimostranze dei propri superiori. Leonardi si nascose dietro la scusa che la “passeggiata”, erano così definite le manifestazioni di questo tipo, era stata concessa per conoscere con più facilità gli aderenti al Fascio.

In una seconda fase il rappresentante del governo, dopo avere denigrato il Fascio, comincia a denigrare i suoi componenti, nelle sue relazioni si leggono sempre più spesso delle formule che alla lunga destano sospetto: “solfatai abbrutiti”; “ammoniti speciali”, “l’elemento onesto escluso”. Insomma dall’atteggiamento del delegato si possono trarre due conclusioni: o prima minimizzava per paura dei suoi superiori, o lo faceva seguendo una strategia che gli veniva dettata dall’alto.

L’origine “etnica” dei Fasci dei lavoratori siciliani

L’inchiesta di Giolitti – Una delle accuse che venivano mosse ai fasci dai delegati di pubblica sicurezza,  come abbiamo visto anche dal delegato di Casteltermini, era quella di essere formati “escludendo gli elementi onesti”, qualche delegato alzava ancora di più  il tiro e definiva i Fasci delle società di malfattori.

Sulla base di questa accusa Giolitti promosse un’inchiesta amministrativa per accertare se vi fossero elementi sufficienti per procedere allo scioglimento dei sodalizi in quanto associazioni a delinquere. L’inchiesta ebbe esito negativo, i risultati dell’indagini non furono tali da giustificare la pesante accusa. Il Prefetto delle “forze di occupazione” Colmayer così scriveva nel suo rapporto: “dopo un attento esame portato avanti sui singoli fasci ho rilevato che i condannati messi in confronto col numero piuttosto considerevole dei consoci, sono una insignificante minoranza. Ed è perciò che non mi sembra che si possa sotto questo riguardo adottare provvedimenti di rigore a carico dei fasci” (M. Ganci, I fasci dei lavoratori, Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1977).

Torniamo al delegato Leonardi, e mettiamolo in relazione con la stampa nazionale, come si diceva, in un primo tempo cercò di sminuire il ruolo “rivoluzionario” del fascio di Casteltermini  riduncendolo a fenomeno “etnico-antropologico” e collegandolo a beghe nate in occasione della festa di S. Croce, poi in linea con le accuse che vengono mosse da più parti ai fasci , il delegato comincia a definire i lavoratori che aderiscono al fascio:  “solfatai abbrutiti”; “ammoniti speciali”, “l’elemento onesto escluso”, il cambiamento di posizione del delegato sembrerebbe quasi conformarsi a un dictat calato dall’alto. In realtà, al contrario di quello che afferma Leonardi, apprendiamo da Salvatore Lupo  (Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni, Roma, Donzelli, 1993) che numerosi fasci prevedevano nei propri statuti il divieto d’iscrizione “alle persone che diano pubblico scandalo, ai pregiudicati, ai mafiosi”. Ci furono delle deroghe a questo principio nei casi in cui i pregiudicati dimostravano di volersi riscattare e di stare dalla parte dei lavoratori. E allora? La sensazione che si ha è proprio quella di una posizione pretestuosa.

I turbolenti Siciliani – A questo punto appare assolutamente necessario dare una veloce scorsa alla stampa nazionale, in particolare alle pagine del “Corriere della Sera”,  per scoprire che Giacomo Raimondi, principale penna economico-finanziaria del quotidiano milanese, uomo da sempre propenso a una politica sociale attiva da parte delle istituzioni, che alleviasse i mali delle masse popolari italiane, scriveva apertamente che le cause reali dei Fasci erano un “mistero”. Non solo: ricordando che i siciliani erano noti per la loro turbolenza caratteriale fin dal tempo dell’antica Roma, arrivava ad adombrare che “il quesito di Sicilia non sia soltanto economico e sociale, ma sia anche e soprattutto etnico” (“Corriere della Sera”, 28-29 dicembre 1893). Siamo arrivati alla “questione etnica”, i turbolenti Siciliani non lottavano contro le politiche dello Stato Unitario, che aveva rovesciato sui Comuni la responsabilità di assolvere a troppi servizi, dalle scuole alle strade, e che per questo avevano reso sempre più esosa la tassazione; non lottavano contro le terribili condizioni di lavoro alle quali erano sottoposti i nostri minatori e i nostri contadini che erano, in verità, quelle della miseria e della necessità; non lottavano contro affitti ai  esosi che superavano ampiamente i livelli di sfruttamento; non lottavano contro un lavoro pesante e mal retribuito. Avevano messo in moto la macchina rivoluzionaria dei Fasci solo perché penalizzati dalla crudeltà di una genetica avversa. Le tesi Giacomo Raimondi sembrerebbero risentire delle tesi di razziste di Cesare Lombroso, che ebbero grande influenza e popolarità in quegli anni. Sono anni, quelli, in cui, come osservava Antonio Gramsci, tra le masse operaie del Nord si diffonde l’idea secondo la quale: «il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce i più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale». Accanto alla popolarità, le tesi sull’inferiorità antropologica dei meridionali suscitarono, però, non poco sdegno. Quanto quelle tesi fossero assurde, scientificamente prive di fondamento, nonché culturalmente e politicamente pericolose lo dimostrò assai efficacemente Napoleone Colajanni, in un opuscolo intitolato assai significativamente “Per la razza maledetta”. L’aspetto “antropologico” dei fasci sembra un tentativo, in parte simile a quello del delegato Leonardi, di distogliere l’attenzione dalla poco gradita matrice politica.

Il “Corriere” manda un corrispondente  - La strada intrapresa dal “Corriere della Sera” appare chiara: i fasci non possono essere una rivoluzione socialista i consoci dei Fasci non sono altro che facinorosi in preda alle proprie turbolenze caratteriali. Nel dubbio però il “Corriere” decise di mandare un “corrispondente” in Sicilia, Alfredo Comandini. La posizione del giornale, almeno nella fase iniziale, non cambia e Torelli una delle firme più prestigiose del giornale milanese, mentre il suo collega partiva alla volta di Palermo,  così scriveva: “l’opera che va mano mano compiendosi, è opera di distruzione selvaggia, la ragione ci dice che l’intervento della forza , e le repressioni sono opera di salvezza degli italiani, e non di inasprimento, e noi dobbiamo quindi, in nome dell’umanità, in nome della civiltà, in nome della patria, approvare il Governo. (“Corriere della Sera”, 5-6 gennaio 1894).

I reportage che Comandini scrisse nei primissimi articoli dalla Sicilia cominciarono a discostarsi dalla posizione iniziale che il quotidiano milanese aveva assunto. Si cominciò a dimostrare attenzione per le misere condizioni sociali dei lavoratori siciliani, compassione per le loro pene, ma senza abbandonare la linea di sostegno al governo nella certezza assoluta che il bene principale fosse quello di stroncare ogni potenziale evento rivoluzionario. Quando si parla delle nostra regione non ci si può esimere, qualunque sia il fenomeno analizzato, di tirare il ballo la mafia. Comandini, nella sua analisi dei protagonisti della vita in Sicilia, per capire quale ruolo giocasse ciascuna forza in quel complicato frangente, si chiese quale peso potesse avere la mafia nell’agitazione siciliana, le sue parole non lasciano incertezze: La mafia è una lega diretta alla tutela delle persone e degli interessi all’infuori delle leggi e mercé il valore personale e la influenza individuale degli adepti, e però la mafia non ha visto e non poteva vedere di buon occhio un movimento che poteva riuscire a novità perniciose per essa. La mafia ha fatto e fa da corrente conservatrice, in questi casi sa che coi villani, coi non abbienti, con gli incitatori delle folle incoscienti e con gli apostoli del socialismo ha poco da guadagnare, ed anzi, con costoro gli interessi suoi andrebbero, sia pure temporaneamente di mezzo.

…mamma li Russi!

Con Comandini alla scoperta della verità – L’inviato del “Corriere della Sera”, come dicevamo nella seconda parte, nei suoi primi reportage dalla Sicilia non si allontana dalla posizione ufficiale del quotidiano milanese: attenzione per la misera condizione dei lavoratori siciliani, ma sostegno al governo. Comandini in realtà era molto condizionato da quello che  dicevano sul “caso” Sicilia i giornali del continente. Parlava sì del malcontento dei lavoratori per la tassazione della farina, ma faceva proprie certe illazioni, che lui stesso avrà poi modo di smentire, sui presunti contatti  tra socialisti isolani e rivoluzionari francesi.

Comandini era un ottimo giornalista e ben presto si scrollo di dosso quelle che in realtà erano posizioni pregiudiziali, cominciò a raccogliere personalmente le notizie, si ambientò e si rese conto di quanto la realtà fosse lontana da ciò che veniva raccontato dai giornali del continente.

L’inviato milanese si rese presto conto di come lo stato di assedio gli impediva di muoversi e di comunicare in libertà. La censura, scriveva alla redazione, era “affidata come pare a persone che non sanno comprendere  esigenze dei propri doveri con necessità del pubblico servizio per stampa del continente”. Gli arrivò l’immancabile richiamo delle autorità militari, si doveva celare al continente la vera natura dei Fasci: lotta sindacale e politica di un movimento che aveva come unico obiettivo di migliorare le condizioni di lavoro e di vita di zolfatari e braccianti.

Qualche tempo dopo il “Corriere” pubblico un pezzo del suo inviato di rara efficacia. In primo luogo il cosiddetto moto rivoluzionario, che secondo molti esponenti della stampa e della politica era stato a lungo preparato dai socialisti in combutta con compagni stranieri, era in realtà un movimento spontaneo, che nasceva dalle drammatiche condizioni di vita di gran parte della popolazione e dalla ribellione agli interessi di casta dei proprietari terrieri. Comandini, per nulla intimorito dai richiami dell’autorità militare, calco la mano fino ad affermare che in questo contesto lo Stato non era assente, le istituzioni erano presenti, solo che, come in altre regioni del sud, si erano disinteressate della condizione dei propri cittadini per prediligere l’appoggio dei notabili locali e dei loro accoliti, ai quali in cambio lasciavano mano libera per signoreggiare sul resto della popolazione. L’inviato del “Corriere” definì la condizione dei lavoratori siciliani indegna di un paese civile. Le forze di pubblica sicurezza appoggiavano apertamente e senza pudore le fazioni di paese che facevano capo al deputato ministeriale. Le anomalie nel rapporto centro-periferia, imperniato sul notabile locale che fungeva da cigna di trasmissione tra il governo e il territorio locale, nel sud, e specie in Sicilia, raggiungeva livelli di perversione che scandalizzavano il cronista del “Corriere”. Comandini non nascose neanche l’importante ruolo di deputati socialisti come Bosco e De Felice, dicendo però che era la miseria a creare il più grave disagio, a fomentare la ribellione e preparare il terreno per quella che era riconosciuta finalmente come una  lotta sindacale e politica di matrice socialista.

Il “complotto” internazionale (…mamma li Russi!) – Con il diffondersi di notizie sempre più dettagliate e veritiere sulla questione siciliana dei “Fasci dei Lavoratori” il governo centrale, e in particolare l’Italo-Alabanese Crispi, si vedeva costretto a rincarare la dose. Si cominciò ad insistere sul ruolo di non meglio identificati rivoluzionari francesi pronti a contribuire al moto rivoluzionario siciliano, si parlò di armi fatte giungere in Sicilia dalla Francia. Ancora Comandini ironizzò su questa ipotesi, ritenendo la mossa del tutto inutile in una terra dove quasi tutti possedevano almeno un’arma. La pista francese non faceva breccia nell’opinione pubblica italiana. Sembrava inverosimile, e in effetti lo era, che orde di rivoluzionari francesi fossero pronte a varcare le Alpi per dare manforte alla rivoluzione siciliana.

<<Le relazioni con lo straniero erano pure avviate, ma le definitive decisioni furono prese in un convegno tenuto a Marsiglia. Fu stabilita la insurrezione per metà febbraio, ma fortunatamente mancò in alcuni la virtù della pazienza. Si faceva correre voce che una guerra sarebbe scoppiata nel 1894, si parlava dell’invasione del Piemonte, di flotte vincitrici nel Mediterraneo, dell’autonomia siciliana, e anche di un porto da darsi alla Russia, che assumerebbe la protezione dell’isola nostra>>.

Per zittire l’opposizione inferocita, il 28 febbraio 1894 Crispi portò in parlamento «le prove». In primo luogo, il «trattato internazionale di Bisacquino», sottoscritto dal governo francese, dallo zar di Russia, dall’onorevole Giuseppe De Felice, dagli anarchici e dal Vaticano, il cui obiettivo era quello di staccare la Sicilia dal resto del Paese, per porla sotto il protettorato franco-russo. Poi, il «proclama insurrezionale», trovato nella casa di un pastaio di Petralia Soprana, col quale si invitavano ad insorgere «gli operai, figli dei Vespri». Prove “pesanti”, ma spudoratamente false. Montature costruite ad arte da “zelanti” funzionari, per giustificare la repressione di un movimento popolare, che rivendicava semplicemente condizioni di lavoro più umane.

Il “Trattato di Bisacquino” fu chiamato così non perché sottoscritto nel comune del palermitano, ma perché inventato di sana pianta dal delegato di Pubblica Sicurezza di Bisacquino, il napoletano Sessi. Dunque niente armi francesi, niente navi russe, niente invasione del Piemonte, solo la fantasia di un delegato di pubblica sicurezza. Se non fossimo a conoscenza degli eccidi perpetrati per reprimere i fasci, costati la vita a decine di inermi lavoratori, ci sarebbe da ridere.

Fedeli ai precetti della religione e all’ordine sociale – La Chiesa siciliana dalla parte di chi stava? Certo non dalla parte dei socialisti, apprendiamo da “I Fasci Siciliani” di  Francesco Lo Bue che il Cardinal Celesia non aveva nessuna tolleranza per la lotta di classe, invitando le plebi alla rassegnazione. E quando la Chiesa fu accusata di non far nulla in favore degli infelici suoi figli, contadini e operai, il vescovo di Caltanissetta così rispose: << I colpevoli vogliono passare per innocenti… le false insinuazioni e le calunniose imputazioni sono smentite dalla realtà del fatto. Il socialismo col suo nuovo trovato della proprietà collettiva e con la falsa teoria dell’uguaglianza sociale ed altre somiglianti, smuove le basi della convivenza sociale>>. Lavoro durissimo e male retribuito, affitti esosi, caporalato, gabelle, manomorta, manoviva, tutto questo, secondo la Chiesa siciliana, doveva essere tollerato per garantire la “convivenza sociale”. Un tipo perverso di convivenza sociale, dove però i ricchi erano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, dove i privilegi della Chiesa erano salvi, e dove i pastori non si commuovevano davanti alla malasorte delle proprie pecorelle, nemmeno quando queste finivano sotto il piombo dei carnefici impegnati a garantire la “convivenza sociale”. I capi dei Fasci non fecero mai una aperta divulgazione anticattolica, si sarebbero alienati il consenso di molti partecipanti, i quali spesso manifestavano portando ed esponendo immagini sacre. Durante le cosiddette “passeggiate” c’erano tanti segni di fede ma mancavano i preti.

La Chiesa, e questo è il paradosso più grande, non stava neanche dalla parte del Governo, colpevole di avere strappato dalle mani del Santo Padre ogni potere temporale. Il governo liberale era causa diretta di un deterioramento generale e quindi causa indiretta dei Fasci. L’ordine era stato distrutto dai liberali in nome dell’unità nazionale, delle libertà e dell’uguaglianza civile.

Fine di ogni speranza di rinnovamento civile – Torniamo a Casteltermini. Vista l’origine” “festosa” dei Fasci dei lavoratoti di Casteltermini ci si aspetterebbe che tutto finisca con il classico: “damuci a viviri!”. Invece no, il Fascio di Casteltermni  fu sciolto, i suoi membri processati e condannati secondo le pene che leggerete e che chiudono il mio modesto lavoro:

Bivona Giuseppe di Giovanni, Presidente: 2 anni 4 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 550 di multa.

Mondello Giuseppe di Benedetto:  2 anni 4 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 550 di multa.

Acquisto Carmelo fu Vincenzo: 8 Mesi e 20 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 600 di multa.

Arnone Epifanio fu Salvatore: 1 anno 5 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Antinoro Santo di Carmelo: 1 anno 5 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Cordaro Vincenzo fu Ignazio: 1 anno 5 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Circo Gaetano  fu Paolino: 1 anno 5 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Di liberto Gaetano fu Giuseppe: 1 anno 5 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Piazza Domenico fu Vincenzo: 1 anno 5 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Spoto Mortillaro Gaetano fu Felice: 1 anno 5 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Agnello Giuseppe di Calogero: 1 anno 5 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

De Marco Antonino di Giuseppe: 1 anno 5 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Scozzari Antonino di Nicolò: 1 anno 5 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Minnella Calogero fu Giuseppe: 1 anno 5 mesi e 27 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Amoroso Angelo: 1 anno 2 mesi e 22 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Termini Gaetano: 1 anno 2 mesi e 22 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Ballone Calogero: 1 anno 2 mesi e 22 giorni di reclusione, un anno di vigilanza speciale di P.S., lire 500 di multa.

Mistretta Alfonso: 5 mesi e lire 200 di multa.

Termini Calcedonio: 5 mesi e lire 200 di multa.

Ferlisi Ignazio: 5 mesi e lire 200 di multa.

Severino Vincenzo: 5 mesi e lire 200 di multa.

Ferlisi Ferdinando: 5 mesi e lire 200 di multa.

Scozzari Giuseppe: 5 mesi e lire 200 di multa.

Cosenza Alfonso: domicilio coatto a Lampedusa

Pellitteri Francesco Paolo: domicilio coatto a Lampedusa

Barcellona Raffaele: domicilio coatto a Lampedusa

 

Bibliografia

F. Maratta, Sei mesi sotto i Fasci (con unità di carattere), L’Agave, Palermo, 1993

M. Gangi, I fasci dei lavoratori, Sciascia, Caltanissetta, 1977

A. Malfitano, Il “Corriere della Sera” e i fasci siciliani, www.storiaefuturo.com

S. Lupo, Storia della mafia dalle origini ai nostri giorni, Donzelli, Roma, 1993

V. Ferrara, Ignazio Sanfilippo (un Gattopardo nel deserto), Nuova Ipsia, Palermo 2006

F. Lo Bue, Uomini e fatti di Casteltermini, Graphicadue, Palermo, 1985

L. Pirandello, I vecchi e i giovani, Mondadori, Milano, 1932

N. Colajanni, Gli avvenimenti di Sicilia, Sandron Editore, Palermo, 1895

L. Chiarenza, Casteltermini attraverso le immagini, New Vision, Bruxelles, 2004

L. Lo Bue, I Fasci Siciliani, LIS, Palermo, 1990