sabato 31 ottobre 2020

...ARIDAJE CO ‘E ZUCCHE




Cominciamo col chiarire un po’ di cose: Halloween non sostituirà mai la nostra “Festa dei morti”, sotto il profilo temporale le due feste sono vicine ma non si sovrappongono. Veniamo ad un’altra mistificazione: contrariamente a quanto molti affermano, la festa di Halloween non ha le sue radici in America, ma nella cattolicissima Irlanda ed è quindi pienamente europea. La terza cosa ci sono tante similitudini sconfessate tra Halloween e la nostra “Festa dei morti” che andrebbero vagliate: bambini, dolcetti, morti che ritornano, preghiere per le anime del purgatorio… troppe analogie, non credete?

La parola Halloween trae origine dalla contrazione della frase All Hallows Eve, letteralmente “la notte di Ogni Santi“, ricorrenza cristiana che viene festeggiata la notte del 31 ottobre. Quindi si festeggia ben due giorni prima del 2 Novembre, la vigilia di Ogni Santi, quando pericolose orde di bambini girano le case chiedendo: “Dolcetto o scherzetto”, è questo l’arcano motto di una pericolosa setta di occultisti, i cui componenti raramente superano il metro di altezza e i 10 anni d’età? Pericolosi lo sono davvero, se non lo fossero la Chiesa non prenderebbe posizione con tanta autorità e sparando tante panzane.

Ma qual è la vera origine di Halloween? In pochi se lo sono chiesti, ancor meno i sostenitori dell’origine “americana”, e allora la veglia di tutti i santi diventa addirittura il “compleanno di Satana”. Quest’ultimo, Satana, non esisteva nella cultura celtica, diciamo che è “un’invenzione” mutuata dalla cultura ebraica prima e diffusa da quella cristiana dopo, i Celti di Satana neanche sapevano! Insomma Halloween è davvero una cosa per incalliti satanisti? proviamo a fare un po’ di chiarezza…

La tradizione del “trick or threat“, cioé “dolcetto o scherzetto“, che vede i bambini mascherarsi e bussare alle porte dei vicini chiedendo un dolce, ha avuto origine nell’Europa del IX secolo d.C. in epoca normanna, dagli inglesi veniva chiamata “souling“, cioè “elemosina di anime“. A quell’epoca i Cristiani vagavano di villaggio in villaggio chiedendo in elemosina del “pane d’anima“, un dolce di forma quadrata guarnito con uva passa, in cambio della promessa di pregare per le anime dei defunti. Dolcetti in cambio di preghiere per le anime del Purgatorio… non siamo così lontani dalla tradizione cattolica.

Tanto per rimanere in casa cito un pregevole articolo da Carmela De Marco 

“[…] la chiesa cattolica, anticamente (e tuttora, anche se con minore enfasi) considerava come uno dei doveri dei fedeli pregare per le anime del Purgatorio per raccomandarle a Dio.

Nella teologia cattolica, le messe celebrate “in suffragio” dei morti si configurano come celebrazioni eucaristiche in cui le preghiere rivolte alle anime del Purgatorio si propongono di ottenere “la remissione” delle pene  loro inflitte per scontare  i peccati commessi durante la vita terrena”.


Se la Chiesa, nel tempo, si fosse scagliata con la stessa virulenza con la quale attacca la “pericolosissima” zucca contro la pedofilia, gli affari loschi, e l’ignoranza che serpeggiavano nel suo ventre, forse oggi sarebbe più credibile. La Chiesa di oggi purtroppo ha poco da dire e tanto di cui tacere.

Torniamo ad Haolloween che è meglio… altra usanza è quella di rendere omaggio ai defunti apparecchiando la tavola per la cena di Halloween aggiungendo un posto in più.

Mi sembra di leggere qualcosa che già ho sentito dire… La “Festa dei Morti” in Sicilia è una ricorrenza molto sentita, risalente al X/XI secolo, più probabile l’Undicesimo secolo, epoca Normanna quindi, visto che appare difficile che in epoca araba si potesse sviluppare un simile culto dei morti, viene celebrata il 2 novembre per commemorare i defunti. Si narra che anticamente nella notte tra l’ed il 2 novembre i defunti visitassero i cari ancora in vita portando ai bambini doni e dolcetti.

Morti, dolcetti e bambini vi ricorda qualcosa?

In Sicilia i “morti” sono soliti uscire durante la loro festa e compiendo dei percorsi antichi donare regali ai bambini, in Sicilia come in Irlanda! Ad Erice, i defunti escono dalla Chiesa dei Cappuccini, a Cianciana in provincia di Agrigento, escono dal Convento di S. Antonino dei Riformati; a Partinico, presso Palermo, indossano un lenzuolo e, a piedi scalzi recando una torcia accesa e recitando litanie, percorrono alcune strade cittadine. Anche nel catanese, e per la precisione ad Acireale, durante la ricorrenza dei morti si usa che girino per la città indossando un lenzuolo funebre, e rubando i doni ai venditori per poi darli ai bambini.

A questo punto mi viene difficile pensare che Halloween possa essere una festa satanica, in realtà è molto, troppo, simile alla nostra “Festa dei Morti”, solo un po’ più goliardica.

E poi se di satanismo si vuole parlare, con un minimo di cognizione di causa, il fatto che il 2 novembre i morti portino regali ai bambini configurerebbe la fattispecie dell’apporto: cioè la presunta comparsa di oggetti inanimati, piante o animali in seguito ad un fenomeno diabolico. Deriva dal francese apporter, portare. Fenomeni di apporto o di asporti (ossia il fenomeno contrario) si verificherebbero anche in presenza di poltergeist, almeno secondo coloro che sostengono la possibilità di tali fenomeni…

Credetemi questa spiegazione dà un po’ più da pensare rispetto alla presenza di piccoli mostriciattoli a caccia di un dolcetto. Qualcuno potrebbe obiettare: ma non si tratta di “apporto” sono i genitori che comprano i regali… esatto! E sono i bambini che si truccano da fantasmi!

Staccare un fucile dalla panoplia...

 

Panoplia

pan-ò-plia

panòplia s. f. [dal gr. πανοπλία, comp. di παν- «pan-» e ὅπλον «arma»].  Armatura completa, e in partic., presso gli antichi Greci, l’armatura degli opliti.

L’etimologia ci rimanda agli opliti[1] e al greco: pan tutto oplon arma.

Per panoplia si intende anche l’insieme di armi, generalmente bianche, o di varie parti di un’armatura, disposte come trofeo, per lo più su parete, a scopo decorativo. La panoplia incarna la decorazione fondamentale per ogni salone antico o finto tale che si rispetti.

Anche la raffigurazione pittorica o plastica di tale insieme, in uso specialmente nel Rinascimento, e anche nel periodo dell’arte neoclassica, nella decorazione architettonica o in monumenti celebrativi.

Panoplia assume un significato deplorativo quando l’insieme risulta pacchiano ed esageratamente ostentato. Le attuali leggi non permettono l’ostentazione di armi e la panoplia è stata, giustamente, sostituita da armadi blindati porta fucili. Oggi il “Generale” del Candido di Leonardo Sciascia non potrebbe correre «a staccare un fucile o una pistola dalla panoplia».



[1] L'armatura completa di un oplita "tipo", definita con il termine panoplia, era costituita da un elmo, in greco kranos (famoso il modello corinzio, preferito dalle popolazioni doriche, ma diffusi anche modelli meno protettivi, e al contempo meno limitanti per la vista e l'udito come il calcidico, l'attico e il beotico), da una corazza in lana o lino e cuoio lavorati (linothorax) che proteggeva efficacemente dalle frecce o da delle corazze più elaborate in bronzo (le thorax in epoca arcaica diffuse erano quelle "a campana", più costosi e, inizialmente più rari, i torax "anatomici"), da schinieri in bronzo (molto scomodi, per questo non sempre usati o utilizzati solo sulla più esposta gamba destra, spesso sostituiti da schinieri in cuoio o da un'ocrea), da una corta spada in ferro (xiphos, anche se in età arcaica pre falangitica erano utilizzati molti tipi di lama, inclusi il kopis e la makhaira, in seguito proprie della cavalleria), da una lancia (dory) ed infine da uno scudo bronzeo rotondo (hoplon) fornito di un passante centrale e di un'impugnatura lungo il bordo (antilabē).


giovedì 15 ottobre 2020

The winner is... Nardu!

Per prima cosa vorrei precisare che l’idea di autoproclamarmi “intellettuale” mi mette in soggezione, mi sa di blasfemia, per cui preferisco definirmi “Nardo astratto cerebralista”, anche se in verità, per questioni di comodità, preferirei definirmi solamente “cerebralista”, ma poiché un autorevole candidato ha definito Nardu un «intellettuale stanco a forza di pensare e per questo di fatto inutile!», cederò alla lusinga e alla presunzione di autodefinirmi “intellettuale”, perdonatemi.
Un dubbio però mi assilla: a Casteltermini ha ancora senso definirsi intellettuali? Nel nostro bel paesino viviamo in un mondo semplice e furbo (smart), nel quale l’intellettualità è complicazione e lentezza; siamo nel regno della forza opposta alla ragione, della ragione che cede perché non può porre nessun argine all’attrazione del “non sapere” ammantato di cultura, del «Non ti ascolto tanto hai torto», del « Che cazzo ne vuoi sapere più di Google?». La questione che pongo non l’intendo come una critica, anzi, sono tutt’altro che ostile nei confronti della vostra modernità, in pratica venero internet, vi parlo attraverso internet, in special modo attraverso Facebook. Io? sì io! che sono morto nel 1948! e sono felice di vedere la mia effige in giro per i social del 2020, poi con la fascia sono bellissimo. Io sono Nardo, sono la poesia e come tale sono colui che ferma il tempo e che nel tempo si muove. Però credo che venga spontaneo chiedersi se ci sia ancora un posto, in una società come la nostra, per qualcuno che produce solo idee astratte e poco immediate, in una Casteltermini che si basa solamente sulle cose concrete e istantanee, sul «Quanti voti hai? Quanti soldi hai? Quale politico ti manda?».
Non voglio banalizzare i rischi della contemporaneità, sono convinto che la diffusione incontrollata della comunicazione in ogni sua forma e il proliferare della cultura di massa non sono in sé una condanna a morte, anche se l’avere vissuto durante il fascismo un po’ mi scoraggia, e che anche se siamo in un mondo in cui, oggi più che allora, tutto è sempre di più alla portata di tutti; col risultato che è facile perdersi e perdere interesse per quello che ci viene servito di fronte in ogni momento dalla rete. Montale, uno nato ai miei tempi, uno che ha avuto il Nobel, diceva: «Non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione».
Di fronte all’innumerevole quantità di parole scritte sui social in questi giorni di elezioni, da cui siamo stati costantemente bombardati, ci vorrebbe veramente qualcosa che faccia da argine, e alle fondamenta di questo argine io metterei i miei fratelli “astratti cerebralisti”, sono sicuro che farebbero da anticorpo contro il dilagare della superficialità. Detto ciò credo che sia inutile interrogarsi ulteriormente sul destino di Casteltermini, non possiamo indovinarlo, così come del futuro non riusciamo ad indovinare nient’altro, e va benissimo così. Nicastro ha vinto? Viva Nicastro!
Come Nardo però mi sento in colpa: ho risvegliato alcune coscienze intellettuali, senza prima preoccuparmi di capire se hanno ancora un senso gli intellettuali nel nostro mondo? Probabilmente per molti rievocano ricordi polverosi di pomeriggi spesi a studiare Giacomo Leopardi o Arthur Schopenhauer, seguiti in età adulta da un disinteresse generico o magari da un’intolleranza vera e propria nei confronti di tutto ciò che si presenta in forma intellettualmente complessa. Diciamoci la verità: gli intellettuali sono molesti, non vanno di moda, sono lenti, compiaciuti delle loro parole incomprensibili. Credo che ogni candidato, anche il più sensibile alle arti, di fronte a Nardo abbia storto il naso.
Gli intellettuali sono fuori dal quotidiano, sono complessi, e diciamo la verità... noiosi, arroganti e schizzinosi. Mettono pressione ai politici, li imbarazzano con le loro parole difficili, pretendono tempo e attenzione da chi spesso è stanco e impegnato in cose serie, altro che poesia! Ma è proprio perché il nostro mondo è veloce e la nostra vita non può che cercare di stare al passo che, ogni tanto, fa bene confrontarsi con qualcosa che richieda uno sforzo e una concentrazione un po’ maggiori di quelli che occorrono per scorrere distrattamente qualche immagine sul telefono, mentre siamo impegnati a scrivere nostri edificanti post sui social. Mentre simpaticamente in qualche chat qualche cialtrone ci chiede di attaccare Nardo perché “Ci toglie i voti.!”. Il mio incubo peggiore è che i giovani, senza riflettere, si mettano ad obbedire ad una chat guidata da gente di fatto sconosciuta, più grande di loro e con interessi poco chiari, gente che Nardo... unn’alliscia, ca piglia, ‘nfascia, sfascia, metti a pipitusciu e poi ci piscia!
Il compito del Collettivo che porta il mio nome è di ricordarci che esiste qualcos’altro, tirarci fuori dalla quotidianità – non anestetizzandoci o offrendoci una banale via di fuga dalla realtà, ma risvegliando qualcosa che magari non ci siamo nemmeno resi conto si fosse addormentato – e metterci in contatto con la nostra terra, con questa maledetta amatissima Casteltermini. Ci ricorda che abbiamo un’anima, consapevolezza che troppo spesso lasciamo affondare sotto il peso delle mille cose che affollano le nostre giornate.
A volte bastano poche parole per evocare mondi dimenticati, mondi che sono stati preda dell’abbandono, a far vibrare qualche corda impolverata e pazza. Nardo sta provando a svegliarvi. Sappiate che a Nardo basta una frase per mettervi a confronto con le vostre coscienze: “Casteltermini ha più macerie oggi che dopo i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale...” provate a smentirci. Vi vogliamo svegli al contrario di quasi tutto il mondo politico, il cui scopo sembra essere quello di narcotizzarvi. Il Collettivo Nardu Vitellaru è la risposta alla necessità di qualcosa di alto nella nostra comunità, è il rivolgersi ad una divinità più vera di qualsiasi altra perché è umana, a noi stessi! Volgiamo il pensiero ai ponti, alle fusioni, ai passaggi tra le menti che si agitano in questo disperato paese. Forse non sarà la soluzione a nessun problema... ma è la prova che siamo vivi e duri a morire.
Tutti a na vuci... The winner is... Nardu!

mercoledì 9 settembre 2020

Leonardo Vitellaro e la satira

 


“Nardu Vitellaru” è un insuperabile poeta satirico castelterminese. Non si può non rimanere affascinati dalla pubblicazione di Francesco Lo Bue: Leonardo Vitellaro e la sua poesia, Palermo, 1989, ma ancor più suggestionati da un tesoro nascosto di poesie inedite (ci sto lavorando!) con nomi e cognomi dei protagonisti politici, e non, della prima metà del secolo scorso. Leonardo Vitellaro è un attento osservatore di tutto il mondo castelterminese, spesso meschino  e ignobile nei suoi confronti. Un mondo che va dalla piccola gente, il fornaio che non gli vuole più fare credito, ai potenti con le loro ossessioni e le loro manie di grandezza. Maestro nel colpire con frasi incisive una situazione ridicola o la stupidità umana, Nardu Vitellaru dà alla sua poesia un sapore particolarmente sapido, che spesso però sfocia nell’amaro. I suoi componimenti sono fatti di allusioni, ritratti, attimi di vita reale, struggimento per la perduta tranquillità, per il suo essersi impoverito. La parte più intensa della sua opera, specie quella degli ultimi anni, si caratterizza per una forte vena di dolorosa malinconia che lascia intravedere nell’autore un’anima di poeta profondo e pensoso.

         Il Nardu satirico ha degnamente affondato le mani nella storia millenaria della satira, l’origine della quale è ancora assai dibattuta. Già per gli eruditi romani le origini della satira risultavano alquanto incerte e misteriose. In un luogo dell’Institutio oratoria Quintiliano intende rivendicare l’originalità del genere come prodotto tipicamente romano quando afferma: “satura quidem tota nostra est”, contrapponendo così la satira agli altri generi letterari di derivazione greca. Ma in realtà l’orgogliosa affermazione di Quintiliano solo in parte trova conferma in factis: la tendenza allo scherno e alla beffa, tipica degli Italici, l’Italum acetum (come lo definisce Orazio), fu indubbiamente una condizione necessaria e determinante per il sorgere della satira, ma una cosa è ammettere che l’humus culturale latino-italico si prestava a favorire certi generi letterari, altra è affermare che anche il seme è indigeno.

Infatti lo stesso Orazio riconnette la satira alla commedia antica dalla quale avrebbe ereditato soprattutto il carattere mordace e caustico, e alla poesia giambica, nella fattispecie a quella di Callimaco, da cui la satira avrebbe preso non solo lo spirito ma anche la varietà degli argomenti.

In definitiva, però, nonostante gli innegabili influssi culturali greci della satira, non possiamo oggi, in absentia di un definito genere satirico greco, non considerare, in pieno accordo con Quintiliano, che proprio i Romani conferirono alla satira lo statuto di genere letterario.

         Saldamente ancorata alla tradizione millenaria descritta, la satira costituisce la più graffiante delle manifestazioni artistiche. Basata su sarcasmo, ironia, trasgressione, dissacrazione e paradosso, verte preferibilmente su temi di attualità. Spesso nella azione satirica non c’è un bersaglio preciso, si rischierebbe la paralisi decisionale per sovrabbondanza di scelte! In quel caso se qualcuno si identifica in una poesia la colpa non è del poeta, la colpa è sua!

         Voglio inoltre ricordare che essendo la satira una forma d’arte, il diritto ad esercitarla trova riconoscimento nell’art. 33 della Costituzione Italiana, che sancisce la libertà dell’arte...        

PAX.

In nome di Leonardo (ovvero sull’impossibilità di fare satira a Casteltermini)

 



         Il Castelterminese non sa narrare, non sa descrivere le persone, il Castelterminese non ha una via di mezzo: o ti sparla o ti compiange. O ti chiama “ddu bastardu” o ti dice “ddu smischinu”! Siamo un'accolita di rancorosi sguinzagliata sui social, pronti a dircele di santa ragione, abbagliati dai post non vediamo più il mondo che ci circonda. Non vediamo un paese che sembra Dresda dopo il bombardamento, non sentiamo il rumore che ci sovrasta tutto il giorno, non percepiamo il puzzo di smog ed immondizia, il nostro interesse primario è scontrarci sui social, passare le nostre giornate a odiarci. Dapprima ci odiamo cordialmente, poi ci odiamo e basta.

         In questi tempi mi ha arrovellato il cervello una domanda: cosa avrebbe scritto sui social Leonardo Vitellaro? Cosa avrebbe scritto su Facebook un poeta nato nel febbraio del 1881? Leonardo Vitellaro è stato  un poeta castelterminese di altissima genia, i suoi versi contengono qualche notizia biografica, i suoi burrascosi rapporti con il fascismo, la sua nostalgia per il paradiso perduto, la fragile forza del suo animo inquieto, dai suoi versi emerge soprattutto, il suo spirito satirico. Sagace e caustico al limite dell’offesa, spesso metteva nome e cognome della persona alla quale indirizzava i suoi strali poetici, oggi non potrebbe farlo. Oggi sui social verrebbe linciato.

         L’irruzione dei social nella vita castelterminese ha accentuato pericolosamente la propensione all’offesa, al riconoscersi nelle parole di versi che possibilmente arrivano da un altro secolo... ma se la satira non fa arrabbiare che senso ha? E se non punge, non fa ridere! Dall’800 a Facebook, dal “Re Bomba” a “Charlie Hebdo”, la storia dell’umorismo è alimentata dalla satira al vetriolo, che in fondo è poca roba rispetto alla cattiveria che dilaga sui social, è lì che si manifesta l’odio delle persone “normali”.

         Bisognerebbe tenere conto che fare satira a Casteltermini è quasi impossibile. Nel nostro paese spesso la realtà supera ogni fantasia satirica. La realtà è più comica, paradossale e complessa di qualsiasi invenzione.

         Immaginate un paesino con 3 candidati a sindaco e 36 a consigliere comunale, praticamente più di un candidato in ogni famiglia, pensate alle schermaglie sui social, che raggiungono e superano il limite dell’offesa personale, diteci se vale la pena farsi coinvolgere in questo infernale agone, se vale la pena incontrare tuo cugino o un amico, che salutavi cordialmente, ed essere costretto a girarti dall’altra parte. E poi dopo le elezioni, cosa assurda, inventiamoci che ci siano stati un ricorso e un controricorso con due sentenze diametralmente opposte: una volta ha ragione l'uno, una volta l’altro. Si arriva addirittura alla sostituzione di un sindaco con il secondo qualificato, sulla legittimità di tutto questo glisso per manifesta incapacità a capire. Naturalmente in questa sede non c’è interesse ad individuare un responsabile, ammesso che ve ne sia uno solo. Mi interessa il fatto simpaticamente aberrante di avere avuto due sindaci in pochissimo tempo e tutto ad un tratto non averne neanche uno, “a chi assà a chi nenti!”. Giovannino Guareschi ne avrebbe tratto fuori un altro capolavoro sul modello di don Camillo e Peppone. 

Chiaramente ognuno dei due sostiene di avere ragione, mi sembra giusto. Del fatto che il paese, grazie a questo vuoto di potere peggiori sempre più le sue condizioni non interessa niente a nessuno. Siamo troppo presi dal capire chi dei due duellanti ha ragione e chi ha torto tra il sindaco uno o il sindaco due, senza tenere conto che qualcuno in cuor suo sperava che avesse ragione il sindaco tre! Arriva una lunga serie di commissari, qualcuno, chiamato all’ordinaria amministrazione, organizza “istituzionali” gite fuori porta e forse dentro i partiti. Arriva la sentenza 3, tutti a casa si vota! Ecco che Casteltermini tira fuori il suo miglior spirito satirico, 3 anni di limbo ed ecco che candidiamo 3 su 3 dei protagonisti della tornata precedente. Comico no?  Anche i due protagonisti che hanno dato vita alla querelle nei vari gradi di giudizio. Come diceva il nostro Emmanuele D’Urso in una sua brillante commedia: Sindaco si è perso tempo!

Chi dei due aveva torto? Non ci interessa più, questa vicenda però dimostra che è molto difficile fare satira a Casteltermini perché la realtà supera sempre la fantasia.

Albert Einstein però diceva: “Non possiamo pretendere di risolvere i problemi pensando allo stesso modo di quando li abbiamo creati.”

giovedì 23 aprile 2020

Oggi è la Giornata Mondiale del Libro


Nata in Catalogna nel giorno di San Giorgio, la ”festa del libro e delle rose” spagnola è diventata Giornata Internazionale UNESCO
Il 23 aprile ogni anno si celebra in più di 100 Paesi la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore, istituita nel 1996 dall’UNESCO e festeggiata con iniziative, eventi e progetti volti a promuovere la lettura, le attività editoriali e l’importanza della proprietà intellettuale protetta dal copyright.
Le origini
L’idea di una giornata dedicata al libro nacque per la prima volta in Catalogna, promossa dallo scrittore valenziano Vincent Clavel Andrés. Fu re Alfonso XIII, il 6 febbraio 1926, a istituire una Giornata del libro spagnolo celebrata in tutta la nazione, inizialmente fissata nella data del 7 ottobre e successivamente spostata al 23 aprile, giorno della festa del patrono della Catalogna San Giorgio. In questa giornata, è tradizione in Spagna che gli uomini regalino alle proprie donne una rosa, sicché divenne consuetudine tra i librai catalani dare in omaggio una rosa ai clienti per ogni libro comprato. Divenuta festa internazionale nel 1996 per volontà dell’Unesco, la Giornata Mondiale del Libro si celebra in una data di grande importanza per il mondo delle lettere, in quanto proprio il 23 aprile morirono tre grandi scrittori, lo spagnolo Miguel de Cervantes, l’inglese William Shakespeare e l’Inca Garcilaso de la Vega.

sabato 28 marzo 2020

Vecchia, vituperata e amatissima lezione frontale

 …ma misi me per alto mare aperto

Lo devo ammettere, non mi sarei mai aspettato, neanche nei miei peggiori incubi, che accadesse una tragedia di questo livello. Il coronavirus, con il suo carico di disperazione e di paura, di decreti e restrizioni, ha sconvolto alla radice non solo la mia persona ma anche il mio essere insegnante, le mie (poche) certezze hanno cominciato a vacillare e poco a poco sono precipitato nel più profondo caos.

Per spiegarmi meglio utilizzerò, cosa per me non usuale, le parole di papa Francesco:

“Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo trovati su una stessa barca fragili e disorientati, ma allo stesso tempo importanti e necessari, chiamati a remare insieme e a confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti”.

In preda allo sconforto ho dovuto abbandonare il porto sicuro della mia aula, fatta di rassicuranti banchi, cattedra, lavagna di ardesia e LIM, per cominciare a navigare a vela in mezzo a venti mutevoli nel grande mare della DAD (didattica a distanza). Ma come dice Benazir Bhutto: “Una nave in porto è al sicuro ma non è per questo che le navi sono state costruite”, quindi con timore, tremore ma anche entusiasmo e curiosità ho varato la mia navicula e ho preso il largo.

Non vorrei essere frainteso, senza menar vanto da nerd, in parte ero preparato all’avvento della DAD, fortunatamente posso affermare di non essere totalmente sprovveduto: sono in grado di costruire un sito web, gestisco un blog personale (rondellisono.blogspot.com); ho ideato e poi per molti anni gestito un blog di informazione e cultura di un certo successo (sikelianews.it); ho attivo un canale Youtube, frequento quotidianamente  e dinamicamente il mondo social.  Mi tengo aggiornato navigando nel web molte ore al giorno. Ogni mia lezione non può prescindere da un portatile collegato alla rete e alla LIM; i miei alunni sono in continuo collegamento con me e interagiamo da anni su WhatsApp e Facebook, in gruppi “alunni/Rondelli” esclusivi, ai quali sono affezionato fino alla gelosia. Non rifuggo dai nuovi approcci didattici e mi piace districarmi tra Socrative, Nearpod, Padlet, Edmodo, Moodle,  Google Cloud Team, Zoom e tanto altro…

…esta selva selvaggia e aspra e forte

Nonostante tutto quello già detto, all’annuncio della chiusura delle scuole sono andato nel panico. Un conto è il sapere teorico, utilizzato en passant per fornire ulteriori stimoli alla lezione, un conto è che la DAD diventa il tutto della situazione!

Mi sono ritrovato impegnato dalle sette del mattino alle nove di sera per creare contenuti efficaci, costretto a trasformare i vecchi PowerPoint in video, ad aggiungere a questi una traccia audio per renderli più “digeribili”, indaffarato a registrare lezioni, per poi, dopo 25 minuti di soliloquio, accorgermi di non avere attivato la telecamera, obbligato a cercare di discernere nel mare magnum delle lezioni di Youtube quelle più adatte, ancora costretto a creare continuamente test di feedback utili per capire se gli alunni mi hanno seguito, ma tediosi, mortalmente noiosi. Infine ho deciso di realizzare dei sondaggi per cercare di scandagliare l’umore degli alunni, per scoprire che l’aula manca a loro più di me, che baratterebbero mille volte la comodità dello stare a casa con una noiosa lezione di latino.

In questo frangente mio obiettivo principale è stato di non sovraccaricarli, cercare di restare ancorato alla programmazione progettata, cambiando i mezzi della trasmissione e delle verifiche, se verifiche si possono chiamare. I ragazzi si lamentano delle molte ore passate in video, come se prima non passassero il tutto tempo “attaccati” al cellulare. Però oggettivamente si deve tenere conto anche dell’esigenze delle famiglie, spesso con più figli e a volte anche con genitori insegnanti, famiglie impegnate in dirette più del Viminale. Le “dirette” sono fondamentali, servono a non perdere il contatto con gli alunni… ma più prosaicamente a portare avanti il programma. E poi hanno un’altra fondamentale caratteristica, permettono agli insegnanti di non essere sradicati dalla vecchia vituperata, solo a parole, in realtà amatissima lezione frontale. Mi sono ritrovato in mezzo a sgomitate virtuali quando, su suggerimento degli stessi alunni, ho provato, in qualità di coordinatore, a regolare il numero delle dirette, alla fine c’è sempre qualcuno “anarchico” che fa di testa sua non sentendo le ragione di nessuno, del resto la sensibilità è una forma d’intelligenza, è inutile cercare di ottenerla da chi ne è privo, sicuramente brillerà in altre cose. Da questo caos però è venuto fuori un vincitore, o meglio una vincitrice: “la lezione frontale”!

…ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia

La lezione frontale? L’icona della didattica tradizionale? Tradizionale come la cucina di casa nostra? Che fare? ritornare indietro e lasciare alla moda il mal pensare della lezione frontale? Dimenticare la tanta retorica pseudo innovatrice di alcuni anni a questa parte?  «La lezione frontale è mera trasmissività e ripetizione del sapere!», «la lezione frontale veicola il sapere in forme autoritarie», «la lezione frontale è superata», «esistono alternative efficaci alla lezione frontale» «la lezione frontale trasmette solo conoscenze, come la mettiamo con le competenze?» . Siamo sicuri? Perché allora in un momento come questo, un momento nel quale tutte le “alternative” sarebbero utili, organizziamo webinar che altro non sono che lezioni frontali in salsa tecnologica? Forse perché i computer non insegnano ai ragazzi, a farlo sono gli insegnanti? A mio sommesso parere, e le difficoltà degli ultimi giorni lo dimostrano, la lezione frontale è la via più sintetica, rapida ed efficiente per spiegare il contenuto di un argomento. Riguardo a competenze e conoscenze scrive Daniele Lo Vetere in articolo dall’evocativo titolo Difesa della lezione frontale: «Sono assolutamente convinto che il mio compito, in quanto insegnante di letteratura, non sia quello di produrre studenti che a dieci anni dalla fine della scuola ricordino la teoria dei due soli del Monarchia o l’ossessione per il nido di Pascoli (per quanto, se si ricordassero anche quelle…). Credo che il mio compito sia quello di mettere i futuri adulti che mi stanno ora davanti come studenti nelle condizioni di interpretare testi ed esperienze extrascolastici di ogni genere: testi di alta letteratura, canzonette, pubblicità, blockbuster, discorsi politici. […] So però per esperienza che senza un corposo bagaglio di conoscenze, dalla cui quantità, data la compresenza di altri fattori, può derivare la qualità, l’attività dell’interpretazione non può che ricadere su se stessa, diventare tautologica, chiusa in un’asfittica e coattiva identità di vedute, preda della prima idea, sciocca, che viene in mente».

Non voglio negare il mio percorso di formazione digitale, se questa terribile situazione ha un merito è quello di avere dato una fortissima spinta in avanti alle competenze digitali di tantissime persone, ma permettetemi di dire che la prima cosa che farò quando varcherò la soglia della mia classe sarà riabbracciare i ragazzi stappando una lezione frontale d’annata!